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28 Dicembre 2018

I dodici giorni di Natale: giorno 3

Oggi, 28 dicembre, la dedicazione viene fatta ai Gemelli, segno che rappresenta fortemente il concetto di velocità, cambiamento, dinamismo e leggerezza. Dopo l’esplosione iniziale dell’Ariete e la calma accrescitiva del Toro, i Gemelli rimettono in movimento tutto quanto (lo spirito leggero e dinamico, in continuo movimento, è tipico dell’elemento Aria); il germoglio che ha attecchito è nel pieno della fioritura e l’azione simbolica ora è l’impollinazione.
Dopo le figure di animali dei segni precedenti, nei Gemelli troviamo due figure umane, quasi a sottolineare il distacco dalla forza istintiva e il prevalere della ragione e della comunicazione (che richiede necessariamente due soggetti). In effetti, non si fecondano solo i fiori, ma anche le menti, e il segno dei Gemelli ci invita a coltivare la pace e l’equilibrio, in modo che con la sua creatività può stimolare in noi la nascita dei pensieri, la comunicazione, la diffusione di idee e la creazione di rapporti e relazioni.

Il discepolo relazionato con i Gemelli è Tommaso: egli fu così intimamente identificato con il Cristo che i suoi dubbi (naturali per la mente mortale) furono trascesi da una dinamica realizzazione dei poteri del Cristo, in precedenza latenti in lui; e dopo questa trasformazione fece molti meravigliosi miracoli.
Nel corpo il centro relazionato con i Gemelli sono le mani, che possiamo visualizzare come centri luminosi in grado di apportare energie guaritrici e benedizioni.

Il pensiero biblico su cui possiamo meditare oggi è: “Fermati, e sappi che Io sono Dio” (Dal 46,10)
Come ci ricorda Igor Sibaldi, ciò che Gesù e Dio chiamano “l’io” non è dentro l’individuo, non è in ciò che sappiamo di noi, né nella nostra mente né tanto meno nella vita che conduciamo e che cerchiamo di far corrispondere a ciò che sappiamo di noi. È bensì una dimensione da scoprire e da conquistare che si trova ovunque: nel nostro modo di vedere e, soprattutto, nel perenne superamento di questo nostro modo di vedere. Questo “io” superiore ci si rivela in ogni nuovo orizzonte e in ogni nuova scoperta, i quali potrebbero ampliarsi all’infinito, se solo non li fermassimo perché ci portano troppo lontano da ciò che sappiamo di noi.
E questo “io” superiore è necessariamente anche negli altri: se è tanto grande, infatti, non può essere contenuto in quel pochissimo che sappiamo di noi stessi e che crediamo di essere.

Quindi anche i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre intuizioni e tutto ciò che cerchiamo dentro di noi, sono in realtà dappertutto, tutt’intorno, ovunque arrivi l’orizzonte della nostra vita. Siamo un’immensità, e quanto più scopriamo il nostro io, tanto più ci accorgiamo che è talmente diverso da noi (da ciò che già sappiamo di noi) da poterne parlare correttamente solo in terza persona: “il mio io” invece che “io”.
Ahava, Francesca